Il Maestro

"Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ha fatto onore"

Dante, Inferno III 85-87

 

Oslavio Di NucciSe a Salvatore Pallotta si nomina Oslavio Di Nucci subito gli si illuminano gli occhi e un attimo dopo gli si velano di malinconia. Senza nulla togliere a suo padre, a Oslavio, che chiamava affettuosamente "zio" come per educazione si fa (faceva!) nei paesi dove ci si conosce tutti, Salvatore ha voluto bene come ad un padre e con lo stesso affetto è stato ricambiato.

Ad Oslavio, appartenente alla famiglia Di Nucci, casari dal 1600 che si sono tramandati il mestiere di padre in figlio e che per una vita intera aveva prodotto latticini in una piccola "latteria" di Capracotta, non deve essere sembrato vero che qualcuno gli chiedesse di insegnargli il mestiere dopo che la sua attività era terminata poichè i figli avevano imboccato strade diverse.
Si è allora rituffato a capofitto in quel mestiere, felice di poter essere ancora attivo ed utile a qualcuno, di poter tramandare l'esperienza di una vita e i segreti di un'arte difficile ma comunque ricca di soddisfazioni. Deve averne parlato a casa sua e deve essersi sorbito i rimproveri e le raccomadazioni dei suoi congiunti che, a ragione, non volevano si affaticasse troppo ora che era in pensione. Ma felice deve esserlo sicuramente stato quando vedeva che quel giovane, prima solo e poi affiancato dai fratelli, aveva tanta voglia di imparare, non era affatto spaventato dal lavoro duro e cercava di migliorarsi giorno dopo giorno con delle doti innate di umiltà, educazione e pazienza.
Oslavio Di NucciSoddisfazione deve averla sicuramente provata quando vedeva che quelle giovani mani, che già conoscevano il lavoro manuale delle attività agricole, stavano aquisendo la conformazione callosa propria del casaro, che non si scottavano più quando erano immerse nell'acqua calda per filare la pasta, quando i primi clienti tornavano contenti apprezzando i prodotti...
Era sempre prodigo di buoni consigli e Salvatore, insieme ai suoi fratelli, ha un grande obbligo di riconoscenza nei suoi confronti.

Le mucche il loro prezioso latte lo danno tutti i giorni. Esse non sanno se oggi è domenica, è Natale o è un giorno qualsiasi. E tutti i giorni quel latte va lavorato. Tra tantissime altre cose questo ha insegnato Oslavio ai Pallotta ed essi lo hanno preso in parola: neanche in occasione degli avvenimenti davvero importanti della vita, come quando ti nasce un figlio, essi hanno trascurato il lavoro. Solo un giorno, nell'ottobre del 1995, quel caseificio è rimasto chiuso. Quel giorno il latte poteva anche andare in malora, non c'era proprio lo spirito per lavorare: dopo una lunga malattia e diverse traversie ospedaliere, Oslavio se ne era andato e loro erano lì a dargli l'ultimo saluto.

Salvatore, oggi, nel nuovo, moderno, funzionale ed attrezzato caseificio così diverso da quello piccolo, angusto e sacrificato dove ha imparato il mestiere, vorrebbe avere accanto il suo maestro, se non altro per mostrargli che qualcosa l'ha imparata, anche se nel suo animo è convinto che Oslavio queste cose le sa e sicuramente è felice per lui.

Non sappiamo se sia giusto che questi pensieri intimi, carpiti quasi a Salvatore e ai suoi familiari, debbano essere di dominio pubblico. Sono stati pubblicati qui come un piccolo omaggio a Oslavio, Maestro d'arte e di vita.